Trenitalia sopprime il treno sotto cui voleva buttarsi, lui si lancia sotto il bus sostitutivo

Era il sogno di tutta la sua vita: concluderla buttandosi sotto un treno. Ma non un treno qualsiasi: il Regionale 4740 Ovindoli-Cocullo delle 12:56, convoglio ferroviario sul quale poche settimane prima aveva incontrato lei, la donna dei suoi sogni, Sergia. Approssimativamente 110-150 chili di peso vivo, macchiona marroncino chiaro, come feci liquide, su una guancia, pista nera dell’altopiano Aremogna al posto del naso, pupille non parallele. Lui, che usando un nome di fantasia chiameremo “Lucrezio“, se ne era innamorato a prima vista. Sergia si era accorta delle sue attenzioni e sembrava ricambiarle, mentre lo minacciava di cavargli gli occhi col rampone arrugginito che aveva al posto di una gamba, se non avesse smesso di fissarla.
Ma Lucrezio non era riuscito a resistere al fascino di quella tenera fanciulla e non era tipo da arrendersi alle prime difficoltà: già se la immaginava amante e compagna di una vita, magari tre figli, magari 25 chilogrammi in più a ogni parto. Dopo iniziali ritrosie, era riuscito a guadagnarsi la fiducia di Sergia, che gli aveva lanciato un promettente sorriso allargando le ganasce mezzo sdentate, sinonimo di indomita audacia masticatoria che si fa beffe delle meschine raccomandazioni dei dentisti. “Ho perso 18 denti ma tanto ne avevo 7 in più, quindi alla fine…”, gli aveva addirittura confidato, mandandolo definitivamente in cottura come un erbazzone in una padella di strutto e ciccioli. E quale gioia era stata la scoperta che quel segno sul suo volto non era una macchia, ma erano effettivamente feci liquide! Che risate, mentre gliele rimuoveva delicatamente sputandole in faccia! Quel giorno, era sbocciato un amore.
Un sentimento che però, purtroppo, ieri ha vissuto il suo tragico epilogo, a causa della gelosia di lui. L’ira dell’uomo è infatti esplosa in tutta la sua violenza contro un rivale in amore, un cinghiale maremmano pregiudicato con cui lei si stava sentendo da qualche tempo. Lucrezio aveva di nascosto esaminato il cellulare di lei, insospettito da ghiande e carcasse di piccoli mammiferi trovati tra i sospensori di Sergia. All’amara scoperta era seguita una scenata isterica, una battuta di caccia e l’accoltellamento dell’ungulato antagonista. Il successivo internamento forzato nel manicomio navale di Arezzo era stato solo l’ultimo umiliante capitolo di una storia che volgeva al suo per niente lieto fine. Sergia non aveva più voluto vederlo e lui era disperatamente caduto in depressione.
Evaso dall’ospedale psichiatrico con una corda di lenzuola annodate immaginaria, Lucrezio si era dunque risolto a farla finita, facendosi romanticamente maciullare dalle ruote del mezzo di trasporto su cui era stato trafitto dal dardo dell’alato Cupido.
L’intenzione di sopprimersi era stata però anticipata da quella di Trenitalia, che quel giorno aveva soppresso il Regionale 4740 e istituito il relativo servizio bus sostitutivo in partenza da Piazzale Quattro Gatti.
Stando a quanto si apprende da un addetto alla biglietteria, Lucrezio avrebbe deciso allora di lanciarsi sotto la corriera sostitutiva al grido di “Addio per sempre cutrettolona mia!”. L’autista, sentito un sordo tonfo simile a zucche vuote percosse, ha immediatamente frenato. Passeggeri e conducente, scesi a verificare cosa fosse accaduto, hanno scorto Lucrezio moribondo e sanguinolento e, dopo un rapido consulto, hanno agito. È stato un attimo: il capannello ha sollevato con cura l’uomo e lo ha scaraventato di nuovo sotto l’autobus, che nel frattempo era tornato in movimento – un po’ perché erano nervosi per il disservizio ferroviario, un po’ per pura bastardaggine. Lucrezio non ha trovato comunque la morte, ed è stato poi soccorso. Attualmente, è ricoverato in prognosi riservata, dopo che i passeggeri lo hanno scagliato anche sotto le ruote di un’ambulanza chiamata da alcuni passanti. Prima di svenire, mentre un infermiere alle prime armi gli infilava la cannula di un catetere usato sotto la lingua, l’uomo ha biascicato l’amara riflessione: “Ma porca puttana”.

Stefano Pisani