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“E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Profugo si vendica pisciando sulla siepe di Leopardi

"E il naufragar m'è dolce in questo mare". Profugo si vendica pisciando sulla siepe di Leopardi - Lercio

Recanati (MC) – Un trentaduenne extracomunitario rifugiato è stato fermato nella notte dalla polizia municipale di Recanati dopo aver seminato il panico nella tranquilla cittadina marchigiana. Il ragazzo, da 6 settimane ospite di un progetto di integrazione al centro culturale Fonti San Lorenzo (il primo dei 2300 che la struttura dovrà ospitare) in collaborazione con la Onlus “Operette Morali”, ha dato in escandescenza durante la lezione di lettere alle scuole serali, rifiutandosi di recitare una delle più celebri poesie italiane, e abbandonando l’aula visibilmente stizzito, senza apparente motivo. Al centro del progetto per l’integrazione infatti, c’è la conoscenza del territorio; per tale motivo i rifugiati vengono iniziati alla grande storia della poesia italiana, partendo proprio dal più importante poeta marchigiano: Giacomo Leopardi. Ma qualcosa deve essere andato storto durante la lettura della sua opera più conosciuta, L’Infinito.

Notte movimentata dunque pur essendo in territorio maceratese; infatti, poco dopo le 23, il giovane è riapparso agitato e con fare minaccioso si è diretto sul monte Tabor con l’intento di vandalizzare l’angolo di pace del poeta. I primi a intervenire sul posto sono stati gli agenti della Municipale, che hanno cercato invano di dissuaderlo dall’urinare copiosamente su uno dei simboli della città, ma solo all’arrivo dei rinforzi, e con non poche difficoltà, sono riusciti e a spiegargli l’equivoco: il poetico ossimoro usato nel finale della celebre opera di Leopardi “E il naufragar m’è dolce in questo mare” aveva scosso il giovane immigrato mandandolo su tutte le furie, credendo erroneamente che quella fosse un’offesa leghista verso i suoi compagni che non ce l’avevano fatta. E così dopo una mediazione di una ventina di minuti e soprattutto dopo avergli spiegato che per compiere a pieno lo sfregio, avrebbe dovuto anche cagare sulla linea dell’ultimo orizzonte che il guano esclude, il profugo ha cessato le ostilità e si è consegnato alle autorità.

Ecco quanto riportato nel verbale della Polizia Municipale locale, che da anni ormai è costretta da un’ordinanza del Sindaco Benedetto Gentile a utilizzare nella stesura dei documenti una scrittura degna della Città della Poesia, obbligando i vigili ad esprimersi nello stile dei canti leopardiani:

XVII. A VERBALE

Al sorger leggèr dell’alba della digestione, chiamammi volle il dover,

la eco d’un paesano me ridesta dal torpor col tono ardito

“Gendarme, scorgo un augello far festa sur colle dell’Infinito”

giunsi in loco e m’avventai con far cagnesco, le sue minacce a contemplar m’affisso

io mirava e chiedea: “Son questi li strumenti?” il bronzeo semita mossa non fece

se non tirar fuori lo sprizzante arnese,

e l’invitai a porsi in disciplina, ma ‘l suo diniego fu forte,

e all’ermo colle pioggia d’or scese.

arsa le par la siepe?

l’uman coraggio la speme mi volse  e tutti si dileguar, crescea lo salvin pensiero

qual è ‘l tuo permesso terreno forestiero?

siete a far de corpo saracino piccin brandelli in loco?

o siete sol un pazzo come Kabobo?

rimembra ch’in fondo lo poeta al par tuo era sfigato,

tanto non te crucciar, te ripudieran lo stesso, a ragion maggiore se fai cotesto

in fondo al cor mio ti capisco, tu pisci dov’io non posso

S’anche m’adopro a far rispettar la legge, anch’io son parte dell’uman gregge

ma non è maniera, metafora è cotesta,

Leopardi non mensionava del mar l’ira funesta

cinse le mani in volto, si dissuase dal menar

s’arrendea a sua misera sorte

e poi in caserma a recuperar le botte

Vittorio Lattanzi

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