Allarme evasione. Detenuti non si presentano all’appello, ma erano incastrati in cella con Adinolfi

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Roma. Momenti di panico nel pomeriggio di ieri a Regina Coeli quando è stato lanciato l’allarme evasione per sette detenuti, tutti dello stesso reparto, tutti della stessa cella, che non si sono presentati al consueto appello delle 15.00. La direzione del carcere ha quasi sfiorato l’isteria collettiva: nessuna sirena, nessun lenzuolo o cunicolo scavato e soprattutto nessuna immagine dalla videosorveglianza dell’evasione.

Circostanze queste che hanno fatto immediatamente scattare il protocollo per l’allontanamento non autorizzato con tanto di elicotteri in volo, posti di blocco in tutta la regione e la convocazione d’urgenza dei corpi speciali già pronti a setacciare i tombini della città.

Solo dopo tre ore di perquisizioni a tappeto la drammatica verità è venuta a galla, i sette detenuti considerati latitanti non avevano mai varcato la soglia dell’istituto carcerario ma erano stati sorpresi alle prime ore dell’alba dall’ingresso nella loro cella di Mario Adinolfi. Giacevano semplicemente immobilizzati, privi di sensi e del tutto privi di spazio vitale, incastrati tra l’armadietto di metallo e l’ascella sinistra dell’ex leader del Popolo della Famiglia.

“Pensavamo di essere finiti in un buco nero”, ha dichiarato, ancora tremante, Diddielle Zan, tunisino di 33 anni, uno dei reclusi del carcere romano, dopo essere stato estratto vivo dai Vigili del Fuoco coadiuvati dal soccorso speleologico della regione Lazio.

La direzione del carcere ha avviato un’indagine interna per verificare come sia stato possibile stipare sette persone nello stesso ambiente con il politico nemico dei diritti civili, violando apertamente le leggi della fisica e della termodinamica.

Vittorio Lattanzi

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