202035_3374606_Larresto_d_13221865_display

Silvio Pellico dal carcere: “Sciopero della fame se continuano a darmi da scrivere”

28 settembre 2014

(21-10-1826) BRNO – È una risoluta istanza, quella che l’intellettuale sovversivo Silvio Pellico indirizza alle autorità asburgiche. Condannato a quindici anni per concorso esterno in associazione carbonaia e imputato nel processo sulla trattativa segreta Regno di Sardegna – Massoneria, egli pare ormai deciso a rinnegare la propria fama di prolifico scrittore con una clamorosa protesta.

«Una cosa è scontare la pena, un’altra è rifornirmi giornalmente di quintali di materiale da cancelleria. Non solo il mio editore mi pressa per completare il mio prossimo libro in tempo per il Risorgimento, ma da mesi anche guardie e gaglioffi mi ricattano affinché scriva lettere e documenti per conto loro: il risultato è che la mia cella è così ingombra di carte, pennini e calamai che ho iniziato a dormire in verticale. Ho incubi ricorrenti in cui Metternich mi tempera i lapis nelle narici e me li infila su per il culo. Il che non è molto lontano da ciò che accade qui ogni giorno».

Eppure sarebbe ragionevole pensare che un uomo della sua cultura goda di uno status privilegiato, in una prigione. «Quelli come me, qui dentro li usano come manicotto per tirarsi le seghe» continua Pellico, «quindi mi sono subito ingegnato per ingraziarmi le gerarchie penitenziarie: potevo puntare soltanto sulla mia istruzione, offrendo servigi di redazione di documenti a chiunque me lo chiedesse. All’inizio ha funzionato, e in questo mi ha aiutato molto l’amicizia con Red (Piero “Red” Maroncelli, nda), che mi ha spiegato come funziona l’economia di una galera: in breve ho ottenuto materiale per il mio libro, pasti commestibili, perfino un vecchio poster della Lollobrigida. Ma ora è come un ceppo alla caviglia. Se questa tortura psicologica non cessa, molti avranno da perderci».

Incalzato sull’argomento, l’autore piemontese non nega che, se lo sciopero della fame dovesse venire ignorato, il suo annunciato best-seller potrebbe subire una drastica revisione: dalla solita commedia sentimentale osé ad autobiografia carceraria. «Voglio ispirarmi a questi anni da galeotto per scrivere qualcosa di pulp. Le mie memorie in uno stile crudo e diretto, senza sconti. E magari lanciare un brand. Voglio prendermi qualche rivincita e sputtanare un po’ di gente. Pellico non perdona».

Stefano Cao

Stefano Cao, che in antico Farsi significa "colui che si chiama Stefano Cao", nasce nel 1981, ma i genitori verranno assolti in appello solo dieci anni più tardi, con l'obbligo di non farlo mai uscire di casa. Sogna di diventare uno chef televisivo, e per questo allena quotidianamente i propri polmoni a gridare le peggiori volgarità. Preda di una costante depressione, si vendica della felicità altrui scrivendo per Lercio.

Commenta