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Sgominato traffico di albini africani: venivano sfruttati per far impazzire i leghisti

9 luglio 2014

BINGOBONGOPOLI (BG)- Otto arresti. È questo il bilancio del blitz che questa notte ha fatto finire in manette i responsabili di un traffico di albini tra l’Italia e diversi paesi africani. I fermati fanno parte del collettivo anti-razzista “Ce l’abbiamo tutti lungo uguale”, noto per le sue attività di volontariato a favore dei migranti. Dalle indagini, però, è emerso che questa attività serviva solo come copertura per il traffico di albini.

Questi ultimi venivano prelevati dai loro villaggi e portati in Italia; una volta arrivati nel nostro paese, gli arrestati li usavano per portate alla follia i principali esponenti dell’odiatissima Lega. L’idea venne al leader del gruppo, Giorgio Dicolore (all’anagrafe Giorgio Negri): fu lui ad intuire le conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto sui leghisti la confusione generata da un bianco con tratti somatici da nero. E non si sbagliava. Nel 2004 usarono un albino nigeriano per provocare un ictus ad Umberto Bossi. Poi, per depistare le indagini, gli riempirono la casa di cocaina, viagra e Luisa Corna. Sempre nel 2004, servendosi di un albino congolese, trasformarono il timido dentista Roberto Calderoli nel folle avvinnazzato che conosciamo oggi. Nel 2005 fecero in modo che Borghezio restasse bloccato in ascensore con un albino ivoriano. Lo smarrimento fu tale che da quell’ascensore uscì profondamente cambiato: passò dall’essere un razzista, omofobo e antisemita all’essere un antisemita, omofobo e razzista.

L’elenco dei loro colpi è ancora lungo e vede tra le vittime illustri anche Matteo Salvini, Roberto Castelli e Gianluca Buonanno. Al momento dell’arresto il gruppo stava preparando un attentato che avrebbe dovuto causare a Flavio Tosi dei danni cerebrali talmente gravi che avrebbe potuto ambire alla segreteria della Lega.

La Farnesina, nel frattempo, ha comunicato che tutti gli albini introdotti in Italia sono già stati rintracciati, e presto potranno fare ritorno in patria, dove le loro famiglie non vedono l’ora di poterli perseguitare di nuovo.

Davide Rossi

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