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Renzi va troppo di fretta e scorda a casa slip e pantaloni: discorso in Senato a pene di fuori

3 giugno 2014

ROMA – Giacca, cravatta, mocassini e il batacchio bello in vista; così si è presentato ieri mattina Matteo Renzi al Senato. Il Presidente del Consiglio ha sempre esaltato la propria velocità come arma per battere la crisi economica, portare fuori l’Italia dalla palude e sconfiggere la fame nel mondo, ma stavolta l’eccessivo dinamismo ha giocato un brutto tiro al Premier rottamatore.

Renzi si era alzato di buon mattino, in vista di un importante appuntamento a Palazzo Madama, nel quale avrebbe dovuto illustrare i recenti successi del suo governo: incremento dello 0,003 nell’esportazione di barbabietole, diminuzione del tasso di disoccupazione nella fascia tra i 12 e i 14 anni e nuovi rapporti commerciali con l’Uzbekistan, per un giro d’affari stimato attorno ai 14 euro. Dopo una velocissima colazione e una doccia lampo, il leader del Pd si è vestito in tutta fretta, mentre ripassava a mente le parti salienti dell’imminente intervento: “Non è con le parole che si fanno i discorsi”. “L’Italia ha bisogno di correre, non importa verso dove, se vuole contare ancora in questo pazzo, pazzo mondo”. “Lavarsi i denti 3 volte al giorno è una buona abitudine”. Così il Premier si è distratto, dimenticando di indossare mutande e pantaloni, ed è uscito di casa come un razzo, prima che sua moglie Agnese potesse avvertirlo che gli si vedeva la vera faccia. Anche il portinaio ha tentato di far notare la cosa, ma Renzi lo ha interrotto subito dicendo che non c’era tempo da perdere, che l’Italia deve ripartire in fretta, ed è schizzato dentro il taxi.

Giunto al Senato nessuno tra suoi collaboratori ha osato commentare i vestiti nuovi dell’imperatore, ma appena entrato in aula gli onorevoli, specie quelli dell’opposizione, lo hanno accolto prima con muto stupore, poi con una salva di urla e fischi. Il Premier, accortosi finalmente della incresciosa situazione, non si è però perduto d’animo, e l’ha subito ribaltata a suo favore, con le abituali ardite metafore: “Chi mi critica per il pene di fuori vuole la mia fava immobile, stretta dalle mutande della vecchia politica, incapace di ondeggiare libera nel mercato globale. Vuole impedire al mio cazzo di crescere e mostrare al mondo le migliori qualità dell’Italia. Ma non mi fermeranno, sono qui per fare riprendere a correre l’Italia a pene di fuori, attraverso le ormai inderogabili riforme che i cittadini ci chiedono. A partire da una radicale revisione della legge sugli atti osceni in luogo pubblico”.
A quel punto dalle fila del Pd sono partiti scroscianti applausi, il Sottosegretario Delrio si è subito levato pantaloni e mutande offrendoli a capo chino al suo padrone, la minoranza dem, per bocca di Fassina, fa notare entusiasta che: “Il pene di Renzi pende inequivocabilmente a sinistra”, e i fedelissimi del leader hanno esibito una lunga schiera di chiappe nude, porgendole fieramente verso l’emiciclo.

Gianni Zoccheddu

Gianni Zoccheddu nasce in Sardegna nella calda estate del '76, unico sopravissuto di 4.576.458 fratelli, tutti morti durante la fecondazione. Fino ai 18 anni è convinto di essere Gesù poi, fallito il tentativo di moltiplicare pani e pesci facendoli accoppiare tra loro, smette di credere in se stesso e diventa ateo. Dopo alcuni anni passati a lavorare come commesso presso un distributore automatico si iscrive in Lingue, ma non si laurea per colpa dei comunisti, le scie chimiche e i rettiliani. Attualmente vive a Scrotopoli, dove si prende cura di una dozzina di troll nani, cercando faticosamente di guarirli dalla schizofrenia. Nel tempo libero ama fare bolle di sapone col culo e conosce personalmente un quasar. Segni particolari: un vistoso rinoceronte tatuato sulla chiappa destra di un altro tizio. Motto preferito: meglio soli che pianeti.

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