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Produttore svela: “Il segreto del gusto dei pomodorini pachino? Lo sfruttamento degli immigrati”

20 ottobre 2016

Il Ministero delle politiche agricole ha rivisto le norme che regolano la produzione del famoso pomodoro Pachino. Le nuove direttive tentano di arginare l’odiosa e diffusa pratica dello sfruttamento del lavoro (come emerso da recenti inchieste) ma subito si è levata la protesta dal mondo dell’industria agroalimentare.

Il consorzio ‘Produttori schiavisti uniti‘ ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che è proprio lo sfruttamento del lavoro a rendere così gustosi i pomodori. È lo stesso portavoce del gruppo Rinaldo Frusta a spiegare il meccanismo: “Fino a circa 20 anni fa il lavoro nei campi era riservato agli italiani poveri del sud, il sapore non era male, ma rimaneva sempre quel retrogusto fastidioso dovuto al fatto che, essendo italiani, i lavoratori mantenevano qualche pur minima tutela o diritto. Ma grazie all’arrivo dei migranti esteri la qualità del prodotto è migliorata notevolmente. Essendo ricattabili in ogni modo, ancora più vulnerabili al caporalato, con paghe in nero ancora più misere e praticamente invisibili, gli schiavi che usiamo ora danno quel sapore inconfondibile che allieta ogni giorno le nostre tavole.

Nel documento si parla comunque anche di un elevato miglioramento della qualità di vita dei lavoratori, rispetto al loro paese d’origine: con un piccolo contributo spese i braccianti hanno diritto ad una assicurazione contro i bombardamenti all’interno delle serre, le esplosioni da mine antiuomo nei filari e i massacri Isis nei capannoni.

Grazie allo schiavismo i produttori puntano a creare un ortaggio che sia un capolavoro da portare sulle tavole degli italiani. È il sudore del profugo eritreo, ad esempio, a dare quella particolare lucentezza al pomodoro. Grazie alle condizioni disumane cui sono costretti, i braccianti secernono più liquido, rendendo lo sfruttamento parte integrante del percorso qualitativo del prodotto.

Non resta dunque che decidere se preferire la qualità del pomodoro che metteremo sulle nostre tavole, o la salute e il benessere dei lavoratori immigrati. Conoscendo la bontà d’animo che da sempre contraddistingue noi italiani, senza dubbio prevarrà la prima scelta.

Sergio Marinelli – Vittorio Lattanzi

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