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NANO RIMPIAZZA KOALA NELLO ZOO DI SYDNEY

23 aprile 2013

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SYDNEY – Dopo l’orsetto Knut, il leone marino Puff e l’opossum Heidi, un altro cucciolo sfortunato unisce e commuove un’intera nazione. Si tratta di Chip, tenero koala diventato la mascotte dello zoo australiano dopo aver perso i genitori lungo la pericolosa statale 115, che i koala selvatici attraversano per andare a farsi investire sulla 98.

Una mattina il piccolo orfano ha cercato un po’ di calore materno nel marsupio del canguro femmina della gabbia accanto, ma al rientro del maschio una furiosa scarica di pugni ha ucciso la malcapitata e ridotto Chip in fin di vita. Il maschio geloso ha poi rivolto i guantoni contro se stesso, ma è stato bloccato da alcuni lemuri accorsi a fare il tifo.

Una tragedia come tante, ma è qui che il destino di Chip si incrocia con quello di Rufus Trifidus, aborigeno pigmeo che lavora nello stesso zoo come inserviente: Chip era la principale fonte di reddito dello zoo, e nell’ansia di trovare un’alternativa da offrire ai turisti, la direzione dello zoo contatta Rufus in segreto.

“La taglia era quella”, racconta l’uomo, “e qualcuno sapeva della mia abilità nell’arrampicarmi sugli alberi e restarci aggrappato per delle ore. A scuola tutti volevano pestarmi, e poiché le gambe mi impedivano di distanziarli ho capito che dovevo sviluppare la mia fuga in verticale. Una volta su, per risparmiare energie imparai anche a rallentare le funzioni vitali fino ad assumere un’espressione vacua e immobile come quei cazzo di orsetti”. Rufus ottiene così un realistico costume da koala e, dietro l’obbligo del silenzio, l’ambito posto di star dello zoo di Sydney.

L’inganno crolla quando un turista immortala un koala che piscia in piedi dietro un albero mentre si gratta le chiappe, ma l’afflusso di visitatori è persino aumentato: “Ormai sono un fenomeno da baraccone, ma va bene così” commenta Rufus, “anche perché alla prossima cazzata mi buttano nella gabbia del canguro”.

Stefano Cao

Stefano Cao, che in antico Farsi significa "colui che si chiama Stefano Cao", nasce nel 1981, ma i genitori verranno assolti in appello solo dieci anni più tardi, con l'obbligo di non farlo mai uscire di casa. Sogna di diventare uno chef televisivo, e per questo allena quotidianamente i propri polmoni a gridare le peggiori volgarità. Preda di una costante depressione, si vendica della felicità altrui scrivendo per Lercio.

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