(Foto:  celluloidical.com)

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Esce “La vita è troppo bella assai”, prequel di Benigni sul genocidio degli indiani d’America

30 maggio 2014

CITTA’ DEL MESSICO – E’ stato talmente spettacolare e strappalacrime che Benigni ha deciso di fare un film pure su questo massacro. Tutto pronto, infatti, per l’inizio delle riprese del prossimo film dell’artista toscano, che sarà una sorta di prequel de ‘La vita è bella’. Al centro dell’attenzione del grande regista magro, il più grande genocidio della storia, quello dei nativi americani – sempre nell’ottica della forza dell’amore e dell’ottimismo.

Il Maestro ha anticipato a grandi linee la trama de ‘La vita è troppo bella assai’: il film avrà per protagonista la tipica famiglia azteca, con il padre allegro e giocherellone (lo stesso Benigni), la madre affetta da paresi facciale (la specialista Nicoletta Braschi) e un solo figlio. Nei vari flashback apprenderemo che il protagonista ha conquistato la sua “principessa” non solo con monili d’oro massiccio ma soprattutto con un corteggiamento audace e buffo, in cui ha umiliato ripetutamente il rivale, un soldato spagnolo, addirittura presentandosi alla sua bella su un cavallo rubato proprio ai conquistadores.

Dopo alcuni anni di permanenza nelle Americhe, gli invasori spagnoli rastrellano gli uomini e li rinchiudono in campi di lavoro, dove finiranno anche il protagonista e il figlio. Stranamente, il bambino riesce a superare indenne la prigionia, un po’ grazie all’astuzia del padre – che sfrutta l’amicizia con un cerusico spagnolo per nascondere al piccolo l’orrore della loro reale situazione -, un po’ grazie a una sceneggiatura alla cazzo.

Il protagonista, infatti, intenzionato a non traumatizzarlo, fa credere al bambino (che non è proprio una cima) che tutto sia un gioco e che la posta in palio sia un galeone. Il figlioletto quindi vive l’esperienza con la stolidità di un concorrente di reality, ignorando la fine del padre – giustiziato mentre fa il buffone – e riuscendo a uscire dal campo di lavoro a bordo di un galeone statunitense che si schianta contro un altopiano e lo scaraventa in braccio alla mamma al grido di “Abbiamo vinto!”.

Benigni ci racconta, eccitato e sudatissimo, la scena finale, con il bambino sul galeone insieme ai marines che distribuiscono cioccolato agli aztechi, i quali commossi e grati mangiano quel cibo sconosciuto che gli comporterà letali orrori intestinali. Sullo sfondo la scoperta dell’America e la sempre crescente tensione dovuta all’avidità degli invasori spagnoli: gli aztechi vengono decimati da malattie, violenze e lavoro massacrante.

Storditi dalle incongruenze storiche, chiediamo a Benigni se il suo film sia anche una critica all’evangelizzazione forzata, ma il regista nega: “Assolutamente no, anzi il cristianesimo sarà la fonte della forza d’animo del popolo azteco oppresso. Pensate, in 4 secoli di dominio si contano circa 500mila miliardi di nativi massacrati, più dei versi della Divina Commedia! Il più grande genocidio della storia, una cosa straordinaria! E come hanno superato tutto questo i superstiti? Con la forza della fede, pensate che poi da questa invasione è nato anche papa Francesco, una cosa stupenda, io proprio lo amo papa Francesco!”.

Invitiamo Benigni a tornare al film e alla colonizzazione delle Americhe, ed è un tripudio di patriottismo – del resto, tutti adorano l’Italia finché non ci mettono piede: “Pensate Cristoforo Colombo, CRISTOFORO COLOMBO, un italiano, nato a GENOVA, IN ITALIA, è all’origine di tutto questo! Pensate all’immensità di quest’uomo che poi la storia non dimenticherà più per il bene che ha fatto all’umanità. Io me lo sogno spesso, io ci faccio all’amore con Cristoforo Colombo, voi non potete sapere quanto lo amo, pensate, senza di lui l’America sarebbe un deserto, perciò si chiama America proprio in suo onore perché… ehm…”. Ma, obiettiamo, se Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, com’è che era già popolata?

Il vulcanico artista inizia a parlarci di gioia, ottimismo, ribollita, topa, vangelo, storie di Vergaio, quindi ci permettiamo di interromperlo per un’ultima domanda: si augura di vincere un altro Oscar? La risposta è una recita dei primi ventotto milioni di versi della Divina Commedia, che noi, ovviamente, non ascoltiamo per intero perché a un certo punto, per quanto bella possa essere, avvertiamo distintamente la frantumazione dei coglioni.

Rosaria Libera Greco/Claudio Favara

(Catania, 1982). Studia tantissimo per poter lavorare nei call center prima, come trascrittore poi. Per arrotondare fa l'orso nelle fattorie della bile cinesi.

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