(Foto: Herbert Garrison)

(Foto: Herbert Garrison)

Crollo di adesioni: il Ku Klux Klan apre ad altre etnie

29 agosto 2013

USA – Butch Mandelasson è una di quelle presenze rassicuranti con cui passeresti volentieri una domenica con una birra in mano, a cuocere carne sul barbecue. Certo, se non sei un negro. Perché Butch è niente meno che il presidente della più prestigiosa sezione del Ku Klux Klan di tutti gli Stati Uniti, quella di Polaski, in Tennessee, dove il movimento nacque nel 1865, mutuando il nome dalla parola greca κύκiλος (“kukilos”), cioè “la cerchia di quelli con l’uccello piccolo”.

“Noi del Klan non abbiamo mai fatto differenze di casta, ceto o religione”, mi racconta Butch, “Non importava se tu fossi un assassino battista o un rapinatore presbiteriano, un usuraio metodista o un banchiere pentecostale: sotto i nostri cappucci eravamo tutti uguali, tutti impegnati a difendere i puri valori democratici e le libertà sacrosante che hanno reso grande l’America, come quella di prendere un negro, immergerlo nella pece e cospargerlo di piume, dopo averlo fustigato per bene”.

Ma i tempi sono cambiati, i giovani ragazzi bianchi si mettono a suonare blues e jazz e a cantare il rap, vanno a vedere i film con Vin Diesel e Denzel Washington, qualcuno di loro addirittura si masturba sulle foto di Rihanna e Beyoncé  (e qualcuno anche su quelle di Vin Diesel e Denzel Washington) e per Butch è diventato difficile riuscire a mettere insieme un cospicuo manipolo di minacciosi incappucciati per dare vita a una spedizione punitiva: “Una sera ci siamo spinti in periferia. Alla partenza eravamo già solo una cinquantina, man mano che entravamo nei quartieri negri rimanevamo sempre meno e giunti a destinazione ci siamo contati, eravamo in 8. Prima che ci circondassero abbiamo finto di esserci sbagliati e di credere che fosse Halloween; era giugno, non l’hanno bevuta. Non c’è più la vocazione, ecco il problema”.

A nulla è servito allargare la partecipazione anche alle donne: “Un disastro”, commenta il vicepresidente Skip Mobutusson, ” si arrivava ai linciaggi sempre in ritardo, quando ormai il negretto era bell’e scappato. Avevi un bel dire alle signore che non serviva a niente truccarsi se tanto poi ci si copriva il volto, ma quelle non sentivano ragioni. Per tacere di tutti quei cappucci a fiori che volevano farci indossare. Una volta un muso nero non abbiamo fatto in tempo a linciarlo: era schiattato prima dalle risate”.

Occorreva dunque nuova linfa per il KKK per cui, non senza accese discussioni, si è deciso di accettare anche iscrizioni da parte di componenti di altre etnie. Il primo è stato il portoricano Rico Gonzales: “Non mi sembrava vero. Potevo andare anch’io in giro a linciare qualcuno: finalmente potevo sentirmi un vero americano!” Poi è stata la volta di nuovi adepti di origine asiatica, nord-africana e, dopo qualche resistenza, anche medio-orientale. “Bisogna mettere da parte l’odio che ci divide, la guerra in Iraq l’abbiamo vinta da almeno 10 anni, no?”, commenta Mandelasson.
L’iniziativa ha avuto un tale successo che il movimento non esclude per il futuro l’ammissione di adepti afro-americani: “Un negro nel Klan, che ci sarebbe di strano?”, chiosa Butch, “Abbiamo perfino un presidente negro. Noi guardiamo sempre avanti, è questa la nostra forza, la forza dell’America!”

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