(Foto: Ciro Taggiovisto)

(Foto: Ciro Taggiovisto)

CASAL DI PRINCIPE, SGOMINATO RACKET DI RICICLAGGIO DELLA PIZZA

19 dicembre 2013

CASERTA – La soffiata di un pentito, mesi di appostamenti nell’umido, un PM sotto scorta e cimici piazzate nei funghi sott’olio: tanto è servito agli inquirenti per stroncare un business camorristico che ha dell’incredibile, e che denota la capacità del sistema mafioso, pur fiaccato da arresti e pentimenti, di innovare, per farsi più sfuggente e tranquillizzare gli investitori.

L’idea è stata di unire la crisi economica, che costringe molte famiglie a saltare qualche pasto, col cibo più diffuso nella regione. Sfruttando la rete di ristorazione locale, da tempo in mano al clan, i Casalesi ordinavano il recupero di tutti gli avanzi di pizza che i più abbienti lasciavano nel piatto, per poi ridistribuirli nelle piazze dello spaccio. Uno spicchio al dettaglio costava 20 centesimi, un assemblaggio di gusti diversi per formare mezza pizza veniva 1,40 euro. Se un aristocratico ordinava a domicilio, gli veniva offerto il servizio di ritiro dell’umido ma, se si rivolgeva a pizzerie non affiliate, i portapizze del clan intercettavano i rivali e li speronavano coi motorini, per poi impadronirsi del carico e distribuirlo ai pusher. Una speculazione sulla difficoltà di arrivare a fine mese che, in breve, ha creato un esercito di tossici della pasta lievitata e un giro d’affari di decine di milioni di euro. Anche di più, col cartone.

I resti delle pizze che non si riusciva a ‘ripulire’ venivano occultati nel sottosuolo e ricoperti di rifiuti tossici per non destare sospetti. Il tutto con gravissimi danni alla salute degli abitanti. Donne incinte hanno bevuto dalle falde inquinate e decine di bambini sono nati con voglie di capricciosa su tutto il corpo. Un contadino impegnato ad arare è stato raggiunto alla carotide da uno spicchio rucola e grana schizzato dal terreno. Una coppia di coniugi, usciti di buon mattino a raccogliere bossoli, è stata fagocitata da un misterioso blob a bordi spessi.

Il sistema era interamente ideato e gestito dalla raffinatissima mente criminale di Gennaro Keisemberg, cinquantenne cilentino di lontane ascendenze austriache che, per terrorizzare i suoi nemici, scelse di ribattezzarsi “Esposito” negli anni Settanta. La DIA lo bracca da decenni, ma la sua figura è avvolta nella leggenda. Si dice che si nasconda in un casolare in campagna, e che viva di mozzarella, spaghetti con le cozze e cliché. Centinaia di arresti e la chiusura di decine di locali sono il peggior colpo infertogli finora, nell’attesa che prima o poi decida di pentirsi, o di candidarsi alle politiche.

Stefano Cao

Stefano Cao, che in antico Farsi significa "colui che si chiama Stefano Cao", nasce nel 1981, ma i genitori verranno assolti in appello solo dieci anni più tardi, con l'obbligo di non farlo mai uscire di casa. Sogna di diventare uno chef televisivo, e per questo allena quotidianamente i propri polmoni a gridare le peggiori volgarità. Preda di una costante depressione, si vendica della felicità altrui scrivendo per Lercio.

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