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Apologia del fascismo: polemiche per il divieto di essere calvi

24 settembre 2017

Roma – La legge Fiano contro l’apologia del fascismo, faticosamente approvata dalla Camera dei Deputati, è passata in discussione al Senato già da diversi giorni, eppure non si sono ancora spente le polemiche. L’idea di sanzionare anche il richiamo ad immagini, simbologia e gestualità proprie del fascismo ha infatti creato sdegno e preoccupazione fra gestori di autogrill e osterie, massaie rurali avvezze a riposare i pugni callosi sui morbidi fianchi, strafottenti beneducati costretti ad abbandonare il maschio “me ne frego” per un più volgare “me ne fotto”, obesi che si rifugiano nell’illusione di sembrare meno pachidermici in camicia nera, ma anche fra artigiani che ormai da decenni si sono specializzati nel riprodurre, usando ogni materiale noto all’uomo, la volitiva mascella e la lucente calotta cranica del Duce.

Proprio la pratica pettinatura di Mussolini, che ha ispirato generazioni di naziskin, è al centro di un dibattito particolarmente acceso: un’interpretazione ampia della norma sul richiamo all’iconografia fascista potrebbe infatti condurre a ritenere fuori legge la calvizie, specie se accompagnata a un carattere deciso; e non manca chi vi ha letto un’astuta manovra dei fedelissimi renziani dal cuoio molto capelluto per bloccare le ambizioni politiche di alcuni esponenti PD, in particolare di Marco Minniti. Il Ministro dell’Interno è infatti tra i politici più popolari per il suo piglio virile ed efficiente e la sua gestione decisa delle problematiche della sicurezza. Dichiarare fuori legge il suo cranio scintillante e quindi imporre di coprirlo con un toupet in stile Trump potrebbe minarne l’immagine e l’autorevolezza. Tuttavia, il primo a smentire qualsiasi intento di guadagnare consensi e presentarsi con atteggiamento vincente alle prossime elezioni è lo stesso Minniti, che, in perfetto stile PD, ha tempestivamente sabotato la propria scalata a Palazzo Chigi dichiarandosi a favore dello ius soli.

Rosaria Greco

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Nasce nel 1966 a Bologna. Subito deportata al Sud, acquisisce un accento che le garantisce l'odio leghista nonostante l'aspetto nordico. Attualmente infesta un paese irpino, accuratamente scelto in base a calcoli sbagliati. Finiti i soldi dei telequiz, ha dovuto cercarsi un lavoro vero: la laurea in legge l'ha costretta a diventare avvocato, causandole nausea perenne. Sposata con un riparatore di cucù, gli rovina la reputazione con i suoi continui ritardi.

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